Lettera del Cardinale Sandri

Luoghi Santi e radici cristiane

La cura dei Luoghi Santi della nostra redenzione come pure la solidarietà fattiva con le pietre vive che anche oggi li abitano non sono un optional per un cristiano, e ne sono prova lungo la storia i diversi interventi del magistero dei Sommi Pontefici, tra i quali vorrei in particolare ricordare l’Esortazione Apostolica Nobis in animo del santo pontefice Paolo VI, pubblicata il 25 marzo 1964. Come molti altri testi di papa Montini, ci si accorge leggendoli della loro straordinaria attualità, a livello ecclesiale e non solo. Basti pensare a quanto afferma all’inizio del testo, che qui cito, senza commentare, perché il suo valore non è diminuito, anzi purtroppo è diventato ancora più urgente: “La Chiesa di Gerusalemme, infatti, occupa un posto di predilezione nella sollecitudine della Santa Sede e nelle preoccupazioni di tutto il mondo cristiano, mentre l’interesse per i Luoghi Santi, ed in particolare per la città di Gerusalemme, emerge anche nei più alti consessi delle Nazioni e nelle maggiori Organizzazioni internazionali, al fine di tutelarne l’incolumità e di garantire il libero esercizio della religione e del culto.

Tale attenzione è oggi maggiormente richiesta dai gravi problemi di ordine religioso, politico e sociale ivi esistenti: sono i problemi complessi e delicati della coesistenza dei popoli della regione, del loro vivere in pace, e le questioni di carattere religioso, civile e umano, concernenti la vita delle diverse Comunità che abitano la Terra Santa.

(…) Mi piace ricordare che quanto qui affermato e le disposizioni anche molto concrete che seguono nel testo, nascono da un lato dalla secolare saggezza della Chiesa maestra in umanità e della Santa Sede nel suo peculiare servizio anche alla pace e alla dignità di ogni popolo, ma in modo particolare sgorgano dal cuore di un uomo, di un credente, di un Pastore che ha appena compiuto un’esperienza: quella del pellegrinaggio in Terra Santa. È di due mesi prima infatti la sua presenza in questa città, accanto al Patriarca di Costantinopoli Atenagora: le parole scambiate con il Primus inter Pares della Chiesa ortodossa ma soprattutto i gesti che caratterizzarono quell’incontro erano come una freccia aperta per il cammino futuro delle Chiese, non più divise, ma insieme, per annunciare al mondo che Cristo, il Vivente, è il Risorto, e cammina con noi lungo la storia. Sia nella Delegazione Apostolica in originale, come pure all’ingresso dello studio del Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, conserviamo un’opera commemorativa che più che essere esibizione artistica diventa monito e impegno per il lavoro quotidiano. Ma san Paolo VI con quel pellegrinaggio non solo volle aprire un cammino futuro, ma entrare nel fiume di pellegrini che da due millenni giungevano in Terra Santa, a volte a rischio della propria stessa vita: ne sono segno due immagini. La prima, la sua esile figura circondata dalla folla mentre compie la Via Crucis attraverso le vie di Gerusalemme: uno tra i tanti, per calcare le strade che videro il Salvatore portare la croce verso il Calvario. La seconda, come un segno, forse meno noto, ma non meno significativo: per il viaggio in Terra Santa, papa Montini chiese e ottenne di poter indossare una reliquia preziosa che san Gregorio Magno aveva donato alla regina Teodolinda. Una semplicissima croce, che contiene sotto il cristallo protettivo una crocifissione dipinta in area siro-palestinese, attestazione di uno scambio con la terra di Gesù e dei pellegrinaggi che sin dall’antichità furono compiuti, come diverse opere ci testimoniano. Non era vezzo storico, ma farsi appunto pellegrino come molti nella storia: di ritorno da questa terra benedetta, egli ha custodito nel cuore tutto quello che aveva visto e udito, e nel cammino proprio della sua vocazione e ministero, giunse a prendere delle decisioni che hanno riguardato tutta la Chiesa affidata al suo governo pastorale come Successore dell’apostolo san Pietro. San Paolo VI, nel solco dei suoi predecessori che avevano circoscritto i loro interventi legati alla Terra Santa al ruolo e alla missione dei cosiddetti “Frati della Corda”, i francescani della Custodia, ha inteso risvegliare l’anelito di tutta la Chiesa per la presenza cristiana qui e in tutto il Medio Oriente, luogo della progressiva Rivelazione di Dio fino al suo vertice e compimento nell’Incarnazione del Suo Figlio. Sentendo le parole del Pontefice, capiamo come tutti gli interventi successivi – anche quelli recenti di papa Francesco – ne siano eco e prolungamento: “Ma quella è, pure, la terra in cui, accanto ai Santuari ed ai Luoghi Santi, esiste ed opera una Chiesa vivente, una Comunità di credenti in Cristo. È una Comunità che, nel corso della storia, ha subito innumerevoli prove ed è stata soggetta a dolorose vicissitudini: le divisioni interne, le persecuzioni dall’esterno e, da qualche tempo, l’emigrazione l’hanno resa debole, non più autosufficiente, e perciò bisognosa della nostra comprensione e del nostro aiuto morale e materiale… Se la loro presenza venisse meno, si spegnerebbe presso i Santuari il calore di una testimonianza vivente, ed i Luoghi Santi cristiani di Gerusalemme e della Terra Santa diventerebbero simili a musei. Già avemmo altra occasione di manifestare apertamente la Nostra ansia per il diradarsi dei cristiani nelle antiche regioni che furono culla della nostra fede”. La riflessione del Pontefice è essenziale: non nasconde i problemi di ieri che sono gli stessi di oggi, a livello materiale come per i fattori esterni legati all’instabilità sociale e alle diverse forme di persecuzione: ma è anche acuta nell’ammettere che uno dei problemi della Terra Santa erano e forse sono le divisioni interne tra i cristiani. Non si parla soltanto delle possibili fatiche quotidiane nel cammino ecumenico, ma bisogna partire da una seria riflessione sulle nostre singole comunità: su quanto siamo capaci di essere tali, cioè vivendo il dono della comunione che ci viene da Dio come suoi discepoli, sul nostro modo di esercitarvi l’autorità e il governo, sulla capacità di confronto schietto, sullo stile evangelico anche nell’uso dei beni. Non si può essere Chiesa in Terra Santa soltanto per il lamento sulle fatiche reali, ma anzitutto ripartendo da una chiamata quotidiana alla conversione che rende più certa la gioia nell’annunciare il Vangelo con la vita, e se serve, con le parole. Papa Benedetto XVI, nell’Omelia di apertura del Sinodo per il Medio Oriente del 2010, riprese il concetto di “geografia della salvezza” citato da Paolo VI nella Nobis in animo, unendo in modo singolare la tensione universale dell’identità della Chiesa cattolica, senza smarrire le radici e la singolarità delle comunità cristiane del Medio Oriente: “È pur vero che il Cristianesimo è religione universale, non legata ad alcun Paese e che i suoi seguaci «adorano il Padre in spirito e verità» ma esso è pure fondato su una rivelazione storica. Accanto alla «storia della salvezza» esiste una «geografia della salvezza».

Card. Leonardo Sandri
Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali

Gerusalemme, 26 novembre 2018